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Trekking ad anello tra Capo Sant’Andrea e le scogliere elbane: la fatica che ripaga con viste incredibili

📅 16 Agosto 2026✍️ di Giorgio Pastini⏱️ 5 min di lettura

Quando il trekking abbraccia il mare

Mi ricordo di una mattina del 1985, quando dalla mia torretta di bagnino a Portovenere vedevo i turisti fermi in spiaggia, immobili come granchi al sole. Nessuno si sognava di esplorare i sentieri sopra le coste. Era un’altra epoca, un altro modo di intendere le vacanze. Oggi, dopo quarant’anni passati a osservare come cambiano le spiagge e le abitudini degli italiani, constato con piacere che molti hanno finalmente scoperto quel che io già sapevo: il vero spettacolo non è solo il mare, ma quello che lo incornicia. Il trekking ad anello tra Capo Sant’Andrea e le scogliere elbane rappresenta perfettamente questa metamorfosi. Non è una passeggiata turistica al seguito di gruppetti, ma un’esperienza autentica dove la fatica diventa sinonimo di privilegio.

L’isola d’Elba oltre il mito di Napoleone

Elba è molto più di quella storia che tutti conoscono. Certo, Napoleone ci lasciò il suo marchio indelebile, ma l’isola nasconde ben altro. Negli ultimi anni ho notato come i veri viaggiatori, quelli curiosi e non stanchi, hanno iniziato a cercare gli angoli meno battuti. Capo Sant’Andrea ne è la prova vivente. Questo promontorio settentrionale dell’isola offre un panorama che riesce a farvi dimenticare perfino il telefono in tasca. Le scogliere che si tuffano a picco nel mare blu cobalto non sono casuali: sono il risultato di una Geologia|formazione geologica complessa che risale a milioni di anni fa. Da bagnino, imparavo a leggere l’acqua, le correnti, i pericoli nascosti. Qui imparerete a leggere il paesaggio, a capire come la natura costruisce i suoi capolavori.

L’anello che propongo parte dal piccolo porto di Sant’Andrea, un luogo ancora relativamente tranquillo dove il turismo non ha completamente cancellato l’autenticità. La difficoltà del percorso è media-alta, circa 16 chilometri complessivi con dislivelli significativi. Non abbiate fretta di completarlo: questo trekking richiede almeno cinque, sei ore di cammino lento, meditativo. Come raccontava spesso il vecchio Luciano, il pescatore con cui chiacchieravo durante gli spezzoni di vita da bagnino, “il mare non si guarda di corsa, va assaporato”.

Il sentiero che abbraccia le scogliere

Il percorso inizia dolcemente, costeggiando la costa con una serie di saliscendi che vi abitueranno subito all’idea che non sarà una passeggiata piatta. Man mano che avanzate verso nord, il paesaggio si trasforma radicalmente. Le spiagge scompaiono, lasciano posto a rocce frastagliate e cacciatoie selvagge. Proprio qui, tra queste asperità, la natura ha creato un’opera di Paesaggio|design paesaggistico che nessun architetto avrebbe osato proporre.

La Cala dell’Alum è uno dei punti di passaggio obbligato, e vale ogni goccia di sudore raccolta sulla fronte. Una piccola insenatura protetta da scogliere che si alzano come torri, dove l’acqua mantiene un colore turchese quasi incredibile. In estate, quando il caldo è torrido, la tentazione di tuffarsi è fortissima. Vi consiglio di cedere: è un momento di grazia che compensa tutte le salite precedenti. Sono ormai tanti anni che racconto storie di tuffi indimenticabili lungo le coste italiane, e questo resta tra quelli che rimangono impresso nella memoria come un’illuminazione.

Continuando il cammino, le scogliere diventano ancora più drammatiche. Il sentiero a volte si restringe pericolosamente, con rocce levigate da millenni di vento e mare. Non è un luogo per chi soffre di vertigini, ma per gli altri è una lezione di umiltà. Scoprirete quanto siamo piccoli di fronte a queste forze primigenie.

I dettagli che fanno la differenza

La fauna e la flora del luogo meritano capitoli a parte. Qui crescono piante rare, ben adattate alla salsedine e all’aridità estiva. Durante la primavera, tra aprile e maggio, il trekking si trasforma in un’esplosione cromatica: eriche selvatiche, ginestre gialle, rose selvatiche che profumano il sentiero. La fauna è più sfuggente, ma con pazienza potrete avvistare caprioli, donnole e, se siete fortunati, qualche aquila reale che volteggia sulle alture.

Gli insetti stessi qui assumono dimensioni epiche: le cicale estive creano un’atmosfera sonora quasi ancestrale, come se vi parlassero il linguaggio della terra. Non è retorica: è la percezione sensoriale totale che il trekking regala. Una percezione che, da bagnino negli anni Ottanta, avevo perso, affondato nella routine quotidiana tra ombrelloni e palloni da spiaggia.

Una cosa pratica: portate almeno due litri d’acqua a testa, scarpe da trekking decenti e uno zainetto leggero. Il sole qui non perdona, e non ci sono rifugi se non in cima ai promontori dove il vento soffia forte. Una crema solare ad alta protezione è quasi obbligatoria. Partite all’alba, quando il cielo non è ancora pieno di turisti rumorosi e quando la temperatura è ancora gestibile.

Il ritorno e la riflessione

Quando finalmente ritornate a Sant’Andrea, stanchi ma rigenerati, capite davvero cosa significa “bellezza fisica”. Non è solo quello che vedete, ma è l’accumulo di fatica, di respiro affannato, di sguardi stupiti davanti al nulla intorno a voi se non roccia, cielo e mare. È la consapevolezza che il vostro corpo è ancora capace di cose importanti.

In quarant’anni di osservazione delle spiagge italiane, ho notato che gli italiani stanno riscoprendo il valore del movimento, del contatto diretto con la natura selvaggia. Non più semplici turisti stesi al sole, ma avventurieri leggeri che cercano esperienze autentiche. Il trekking tra Capo Sant’Andrea e le scogliere elbane è una porta d’accesso a questo nuovo modo di vivere le coste. La fatica che richiede non è un prezzo, è un investimento nel vostro benessere fisico e mentale.

Tornate a casa con le gambe doloranti, le labbra screpolate dal vento marino e gli occhi ancora pieni di quelle vedute impossibili. Vi garantisco che ne parlerete per anni, come faccio io ancora oggi con quegli amici che conobbero Portovenere negli anni in cui ero giovane bagnino. Questo è il valore autentico del trekking costiero: non è una meta, è una trasformazione.

Giorgio Pastini

Giorgio, già bagnino negli anni ‘80 in Liguria, racconta storie di turismo balneare ricche di aneddoti. Ha visto cambiare le spiagge e le abitudini degli italiani. Da qualche anno racconta quotidianamente i lidi d’Italia e gli sport acquatici nelle sue escursioni lungo tutta la penisola.